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Ferita da solitudine

La Ferita Da Solidudine

Sono quei bambini che passano troppo poco tempo con i genitori, che vengono trascurati e che sono continuamente da una nonna, dai cugini, dalla zia, nei boy-scout, con genitori sempre al lavoro.

Paradossalmente, questi genitori diranno ai loro figli che sono sacrifici che hanno fatto per loro, facendoli oltremodo sentire in colpa.

Possono essere bambini anche molto amati ma ai bambini serve “quantità” di tempo con i genitori, non solo qualità: una bella domenica passata insieme non colma la lacuna di una settimana passata in solitudine.

Servono genitori che li incitino, che li gratifichino, che li consolino, che li seguano, che insegnino loro a cadere e a rialzarsi ma purtroppo questi sono assenti nell’infanzia di chi ha vissuto la ferita da solitudine.

Sono quei bambini incapaci di chiedere aiuto perchè non hanno la confidenza e l’abitudine con i loro genitori per poterlo fare.

Sono i bambini che fanno fatica ad aprirsi, ad esprimersi, a confidare ai loro genitori gioie e dolori. Sono bambini riservati e chiusi che non esprimono alcun tipo di disagio che invece è presente dentro di loro.

Risponderanno sempre che va tutto bene, a scuola, dai nonni, al corso di danza, al doposcuola.

Sono quei bambini che quando scoprono qualcosa che li stimola, gli si dedicano anima e corpo: diventa per loro un modo di non sentire la solitudine e allo stesso tempo dedicarsi alla nuova passione diventa un rifugio per l’anima.

Provate a regalare una chitarra ad un bambino che soffre di solitudine e la preferirà alla nonna, alla zia, ai boy-scout, agli amici.

Sono i bambini con dipendenze disastrose da cellulari e consolle.

Preferirà avere un amico o due con interessi in comune piuttosto di stare in una compagnia numerosa, nella quale probabilmente si sentirà a disagio.

Essendo soli, non possono che avere un grande dialogo con se stessi, per cui saranno persone tendenzialmente profonde.

Questi bambini capiscono che i loro genitori devono lavorare tanto e si abituano alla solitudine senza soffrirne troppo.

Solo da adulti, riconosceranno di non aver avuto, molto probabilmente, un’infanzia felice.

DA ADULTO

La solitudine che ha vissuto da bambino può averlo reso pieno di timori, insicurezze e paure infondate.

Da adulto avrà bisogno di starsene spesso da solo: ha la necessità di tornare a parlare tra se’ e se’, può sembrare sfuggevole ma non ha bisogno di fuggire: ha bisogno di ritrovarsi, di ricentrarsi.

Non ama le situazioni con troppe persone, piuttosto cerca legami profondi con i pochi amici che a volte frequenta. Gli basta sapere che ci sono.

Il costante dialogo interiore lo rende tutt’altro che superficiale e si immagina tutti i probabili dialoghi con le persone che dovrà incontrare, in parte per problemi di controllo, in parte per la sua tendenza paranoide.

Sempre disponibili ad aiutare: nella loro sofferenza non chiedono aiuto, come da bambini, perché non ne hanno l’abitudine e sono capaci di rimanere nella stessa sofferenza per anni. Chi vive la ferita da solitudine non può aver paura di sentirsi solo.

Elabora mentalmente in continuazione, con il rischio di non vivere le situazioni nel qui e ora.

Non ama stare da solo ma non ama nemmeno la compagnia per troppo tempo per cui lo si vedrà combattuto tra le due cose.

Quando è in compagnia cerca la solitudine e quando è in solitudine cerca la compagnia, cerca un partner a cui donarsi totalmente ma contemporaneamente vuole avere i suoi spazi e i suoi segreti: questa dualità continua gli dona grande apertura mentale.

E’ capace di argomentare in modi diversi la stessa questione o di avere più opinioni senza essere di parte.

Le chiacchere superficiali richiedono un grande sforzo per chi ha vissuto questa ferita mentre si apre facilmente sui grandi temi della vita magari con sconosciuti; si sente spesso disagiato, fuori luogo.

Il vizio del fumo è un ottimo pretesto per prendersi cinque minuti di solitudine e farsi compagnia da solo; anche l’alcool e le droghe possono fare compagnia a chi ha vissuto in modo pesante la solitudine, magari accompagnata da altre ferite.

In un rapporto di coppia ha bisogno dei suoi momenti di solitudine. Se lavorerà col proprio talento, il posto dove lavora sarà per lui un ventre materno piuttosto che un luogo.

Sarà un tutt’uno con il proprio lavoro, senza orari, senza moderazione: non stacca mai. E’ il classico nottambulo, è quello che “vive nel suo mondo”.

Totalmente inadatto ai lavori manuali.

Cercherà legami stabili ed esclusivi.

E’ nato per amare più che per sentirsi amato.

Cerebrale, è un innamorato creativo.

Non ha paura di essere lasciato o di lasciare il partner.

Sentimento dominante è il disagio.

• Solitario
• Vive nel proprio mondo
• Scarsa stima di sé
• Creativo instancabile
• Talentuoso
• Paure infondate e insicurezze
• Pessimista
• Cerebrale
• Poco pratico
• Sfuggevole
• Disagiato
• Incapace di lasciarsi andare
• Si sente fuori luogo
• Visionario
• Riflessivo

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Romina Zucchi trainer certificato Dharmalife®

Enrico Prandi originatore del metodo Dharmalife®

Non tutto ciò che può essere contato conta e non tutto ciò che conta può essere contato.(Albert Einstein)